Pochi mesi fa ho perso mio padre. Un dolore inaspettato e tagliente, uguale solo a se stesso. Una terribile sensazione di sradicamento.

Come se avessero violentemente tagliato parte delle radici che ti tengono ancorato a questo mondo e che ti permettono di non finire con i piedi per aria insieme alla rotazione terrestre.

Mio padre è stato sepolto all’ estero, in un grazioso cimitero ortodosso. Con le lapidi a terra e le croci di legno.

Il giorno dopo il funerale, quando siamo tornati lì ci è corsa incontro una visione. Un enorme cane selvatico, dall’ aria burbera e compagnona allo stesso tempo, proprio come era lui.

Mi piace immaginare che quella che ci si è parata davanti fosse la reincarnazione di mio padre, che spesso ha amato i cani più degli umani.

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Io però, se potessi scegliere non vorrei reincarnarmi in un animale, ma in un albero. Non nel senso che vorrei venisse piantato un albero alla mia morte, come si usa quando nasce un bambino, no. Io vorrei proprio essere un albero.

Perché non ce la faccio ad immaginare i miei nipotini che entrano scazzati e seri al cimitero, perché bisogna fare visita alla poranonna.

Mia figlia che aggiusta nervosa e di fretta quei fiori, che di lì a poco saranno marciume, perché il suo uomo aspetta in macchina con il motore accesso e l’aria condizionata a palla.

“Amò me dispiace tanto pe’ mamma, ma tu lo sai che gioca la Roma, ‘sta partita è fondamentale, non posso mancà. Sbrigate però eh”… Neanche aspettassero lui per fischiare il calcio d’inizio.

O peggio ancora, immaginare la donna di mio figlio con un tacco che comincia a scricchiolare dopo aver girato in lungo e in largo tutto il cimitero.

“Ma ti giuro che la tomba di mamma stava proprio qui! Due anni fa quando sono venuto era proprio qui, ricordo quel vaso di fiori”, dice mio figlio.

Mentre lei pensa “che fortuna non averla conosciuta. Se rompe così le palle da morta, figuriamoci da viva!”

No cari miei, ve lo risparmio.

Perché io, quando toccherà a me, voglio essere un albero. Un ciliegio per l’esattezza.

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Perché vi voglio immaginare tutti riuniti lì sotto, riparati dalla mia ombra, senza il bisogno dell’aria condizionata. A mangiare, chiacchierare, dove la radiolina con la cronaca della partita ci può pure stare.

Dove, tacchi o non tacchi, ragazza mia, qui le scarpe te le puoi proprio togliere.

Mi piace immaginarli lì sotto, avvolti da un abbraccio dei rami in fiore. Magari a primavera, che come i giapponesi fanno l’hanami e si godono il profumo di quella pioggia di petali.

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Perché un modo di essere un albero c’è, è l’Urna Bios, inventata dal designer spagnolo Martin Azua. Un’urna completamente biodegradabile che contiene il seme di albero che si nutre e assorbe le sostanze nutrienti dalle ceneri del defunto.

L’urna è realizzata in noce di cocco e contiene torba compattata e cellulosa. Le ceneri vengono mescolate con queste sostanze, e il seme collocato all’ interno.

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Sarebbe bello se al centro della città ci fossero frutteti così, al posto di abbandonati cimiteri di periferia, impersonali e inumani. Dove anche il dolore si consuma in piedi.

Perché allora mi dispiacerà un po’ meno morire, sapendo i miei nipoti arrampicati che si tingono di rosso il muso e le mani mangiando i frutti, dolci e aspri come ero io.

Mi dispiacerà un po’ meno sapendo di lasciargli un luogo di vita dove tornare, e la certezza che lì troveranno sempre le loro radici.

Perché se alla morte non c’è rimedio, un modo c’è per non finire al cimitero.

 

 

http://www.eticamente.net/27089/hanami-la-spettacolare-fioritura-dei-ciliegi-della-primavera-giapponese.html