Ormai anche la grande distribuzione l’ha imparato, basta lanciare slogan con frasi ad effetto e le vendite aumentano.

“Km 0”, “naturale”, “artigianale”, “bio” sono parole chiave capaci di spalancare le porte e sbaragliare quel briciolo di coscienza critica e di attenzione, che oramai di questi tempi qua anche chi se ne è sempre fregato prova ad opporre.

E’ bastato vedere una puntatina di Report o semplicemente i consigli alle massaie, per essere ammaestrati: quattro paroline facili facile per vivere nell’illusione di essere al riparo dal Male.

thanksgiving-1674774_960_720Perché le uova pubblicizzate a Km 0 vengano allevate a 100 km da casa tua, eppure da 0 a 100 una differenza dovrebbe esserci… ma siamo tolleranti, è un modo di dire, l’abbiamo capito, siamo furbi noi!

Però se avessimo la voglia di perdere tempo nel fantastico mondo delle sigle e delle etichette sulle confezioni, scopriremmo che quelle uova non-nate nel Lazio sono state confezionate a Ragusa.

Che tra andata e ritorno sono giusto giusto 1800 km, mica zero. Invece non perdiamo tempo con le etichette, con le strategie di marketing e così, beati e felici, ci portiamo a casa il cartone di uova come se le avessimo appena raccolte sotto al culo delle galline di nonna.

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Così come quando portiamo le nostre creaturine a mangiare il gelatino da “Golosi di natura” o da “Artigiani del gelato”.

O in qualsiasi altra gelaterie dal nome accattivante, con il suo arredamento preconfezionato che strizza l’occhio allo stile shabby, una trasfigurazione dello stile contadino e naturale, con le sue belle foto in bianco e nero di inizio secolo con il carretto del gelato, con le mucche al pascolo, con l’ipotetico padre fondatore di quello che oramai è solo un marchio.
Eppure noi felici diamo linguate alla zuppa inglese, convinti di essere tornati bambini, di riscoprire i sapori autentici, riconoscere il liquore della zia, mentre stiamo mangiando un gelato sofisticato, fatto con preparati e coloranti, trionfo delle polveri e delle magie della chimica industriale.

Ma che ci frega a noi, c’è scritto gelateria artigianale e a noi ci basta per sentire il sapore della natura.

ice-1601923_960_720Perché a noi nessuno ci smuove dalla convinzione pura e sincera, che artigianale significa fatto a mano, e questo ci basta per dare per scontato che a mano si fanno solo cose buone, genuine, con il latte vero, con le uova fresche, con la frutta del mercato, con le scaglie di cioccolato purissimo.

Tanto ci crediamo che ci portiamo i nostri bambini a fare merenda, e siamo pure fieri di averli strappati alla tentazione di una merendina, al punto che neanche ci rendiamo conto che tra il gelato alla fragola che sta mangiando e il frutto dal quale dovrebbe derivare, c’è la stessa parentela che c’è tra te e il cugino Itt, un essere immaginario, incomprensibile, dalla forma e la provenienza discutibile.

close-up-1835934_960_720Mica perché i gelatai siano creature malvagie e perverse, sia chiaro, ci sono anche quelli che il gelato lo fanno con gli ingredienti freschi.

Questo discorso, purtroppo, vale per la maggior parte delle cose che noi crediamo di mangiare appena fatte, come la pizza o la “vera” pinza Romana, con tanto di marchio registrato, così diffidi delle imitazioni.

O meglio ancora la piadina, quella che ti spacciano impastata secondo l’antica ricetta Romagnola. Che l’unica cosa autentica che contiene sembra essere la sabbia della Riviera.

La lista potrebbe essere infinita e annichilente.

“vabbè ma allora non si può più mangiare nulla!” mi sento rispondere come se il cattivo fossi io. Che il fatto stesso di smascherare le nostre puerili illusioni di consumatori, renda me colpevole.

Qui ragazzi miei non si tratta di essere diventati paranoici, sospettosi, complottisti.

Partiamo da una certezza che se ad ogni angolo troviamo una pizzeria o una gelateria, non è che tutti sono di colpo diventati maestri pizzaioli, gelatai con i contropifferi che si scelgono il pistacchio di Bronte uno a uno.

pistachios-656086_960_720Accettiamo l’evidenza che tanta diffusione (di gelaterie come di pizzerie) è dovuta ai semilavorati, ai miglioratori chimici che riducono i tempi di lievitazione, alle farine rinforzate, alla mozzarella appena munta dal latte in polvere, agli additivi che rendono capace pure il pizzettaio improvvisato, che fino a ieri faceva il ragioniere.

“Non sarà mica per questo che ogni volta che mangio la pizza ho la sete per due giorni, che neanche San Giovanni Battista durante la traversata del deserto? Per non parlare del mal di testa, pancia gonfia e…”

Ma guarda un po’ il caso. Eppure il santo si cibava di locuste e miele selvatico, sicuramente più salutare della pizza chimica di cui ci strafoghiamo.

Credo che le soluzioni siano due e semplici, e in ogni caso richiedono il fatto di diventare consapevoli.

Consapevoli che quello che ci propinano non dobbiamo prenderlo per forza, che non è una via ineluttabile, che possiamo scegliere, che possiamo persino pretendere la lista degli ingredienti e decidere quando e quanto vale la pena “farsi del male”.

La seconda soluzione è ancora più semplice, cercare di mangiare quanto di più elementare, fatto in casa, con ingredienti certi e riscoprire così i sapori autentici dei cibi.

back-day-91107_960_720Perché quando conosci i sapori veri delle cose, riconoscere la pietanza contraffatta e il gusto artefatto degli aromi diventa immediato, e non servirà più cercare con la lente di ingrandimento a caccia di sigle sulle etichette.

Perché come consumatori qualche responsabilità ce l’abbiamo anche noi.

Perché qualcosa di autentico possiamo ancora incontrarlo e riconoscerlo, e possiamo persino smettere di alimentare ciò che è autenticamente contraffatto.