Anni fa ho avuto un brutto incidente, con la testa ho frantumato il parabrezza di un auto e migliaia di schegge di vetro hanno tagliato il mio volto. Tanti i punti di sutura, molte le paure di rimanere sfigurata, parecchi gli anni che sono serviti per rimarginare le ferite.

glass-984457_960_720Ogni tanto un pezzo di vetro riemerge, buca la cute dall’interno e affiora per ricordarmi che la pelle si leviga, i segni scompaiono o si affievoliscono ma i tagli, quelli oltre la superficie e che non si vedono, quelli restano.

Oggi i segni sono quasi impercettibili. “Ma non si direbbe proprio!” mi sento dire con inquieto stupore quando racconto quello che mi è accaduto, come se il mio interlocutore si trovasse davanti a un essere mitologico, un po’ miracolato e un po’ mitomane.

Sta di fatto che io quelle cicatrici, si vedano o no me le sento tutte. I piccoli vetri che scorrono sottopelle li sento uno per uno, magari si assottigliano e diventano sempre meno pungenti, ma stanno lì in agguato.

E così tutte le altre ferite, quelle che non sono state mai visibili. Le esperienze dolorose, per me spesso incarnate nell’incontro con un uomo e soprattutto nello scontro, mi hanno travolto e stritolato non meno del mio incidente stradale.

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Sarò bizzarra, eppure vorrei che le cicatrice lasciate da chi ho amato si vedessero tutte. Si vedessero bene, a colpo d’occhio e in modo inequivocabile. Vorrei che luccicassero con la luce del sole e che abbagliassero alla penombra della mia stanza di notte.

Perché ognuno di quei segni ha una storia già vissuta, un impasto di ricordi raggrumati, che rendono me quella che sono oggi.

Eppure non sembrerebbe proprio!” mi risponde spesso qualcuno nel vedermi sempre accogliente, entusiasta nei confronti delle vita e delle emozioni, senza intravedere le diffidenze e i timori che certe lacerazioni lasciano.

kintsugi-susanna-blavarg-450-2-creditVorrei fare come fanno i giapponesi, rendere visibile quelle spaccature, renderle qualcosa di prezioso e irripetibile, in grado di trasformare un coccio sbeccato o frantumato in un gioiello.

Kintsugi lo chiamano loro, i nipponici che mi affascinano sempre con le loro stravaganze, che trovo incredibilmente poetiche e simboliche. Un popolo di samurai, di orgogliosi combattenti, capaci di esibire le sconfitte senza vergognarsi delle ferite.

Il Kintsugi, letteralmente “riparare con l’oro“,è la tradizione di saldare i frammenti di ceramica utilizzando oro o argento liquido o lacca con polvere d’oro. E così quella che potrebbe sembrare una semplice tazza incapace di trattenere dentro di sé qualcosa, bucata e resa inutile, diventa preziosa grazie all’oro e diventa per magia un’opera d’arte. Perché ogni frattura ha un diverso intreccio di linee dorate unico ed  impareggiabile, perché è la casualità che segna le linee in cui può frantumarsi.

cd-kintsugi03-600-boostPerché per i giapponesi, e per me, c’è l’ idea che dall’imperfezione e da una ferita possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e interiore.

E così mostrare le dorature, senza nascondere i punti fragili, per permettere a chi ti stringe oggi tra le mani di vederli e averne più cura.

E permettere a te di seguire le linee tracciate da quei solchi anche nell’altro, scoprirlo senza il rischio di fargli male.

E insieme imparare l’Arte di abbracciare il danno.

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Il Kintsugi oltre ad avere un bellissimo significato simbolico, ha anche un valore ecologico. Il recupero di ciò che è rotto ci permette di conservare e salvare oggetti a cui siamo legati e ancora utilizzabili.

Il kit per il Kintsugi è reperibile in diversi siti, tra cui Amazon:

https://www.amazon.com/Kintsugi-Allergenic-Japanese-Lacquer-Kintsukuroi/dp/B00H87UH1U

o nella versione più economica:

http://www.gallinasmilza.it/it/crea-la-tua-alzatina/3982-kit-kintsugi-per-il-restauro-di-oggettistica-gold.html