Quando annunci la decisione di prendere un cane, le reazioni di amici e parenti possono essere inaspettate e spiazzanti.

Chi non ha mai manifestato in vita sua attrazione per gli animali, che di base non è in grado di badare neanche all’ unghia del proprio alluce, manifesta una commozione e una partecipazione che mai hai pensato potesse albergare nelle pieghe della sua sensibilità.

Viceversa, chi si è preso cura di te come una madre, o proprio lei, salta in piedi sulla sedia e come una Pizia postmoderna profetizza sciagure e disastri, sventure e catastrofi.

Se poi alla tua decisione aggiungi l’informazione che non vuoi prendere un cane qualunque, ma un autentico cane da caccia, un vero purosangue, vedi che le reazioni variano dallo sghignazzo alla risatina più soft.

Tu però non ci fai molto caso alle reazioni degli altri, perché tu hai deciso, sai quello che vuoi e non ascolti più niente e nessuno.

Perché fondamentalmente, uno degli effetti più pericolosi della Sindrome di Wonder Woman di cui sei affetta, è la convinzione che “Tu puoi tutto”.

Nulla è impossibile, anzi, quanto appare al resto del mondo impraticabile, è nutrimento per le tue ossessioni.

Ed è così che ti porti a casa l’essere più bello e perfetto che tu abbia mai visto, e pensi che sì, che la tua vita adesso è finalmente completa.

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Metti il caso che quell’esserino meraviglioso e di certo molto bello, manifesti dai primi istanti non solo tutta la sua imperfezione ma anche qualche peculiarità inquietante.

Ed è così che pochi mesi dopo che quella canetta è entrata nella tua vita, e ha fatto a brandelli oggetti e velleità, colta dal panico senti che la situazione ti sta sfuggendo di mano e cerchi di correre ai ripari.

L’idea che è venuta a me, di fronte ad una cucciola di bracco tedesco indomabile e dall’energia inesauribile, è stata di certo delle meno scontate.

“Qui ci vuole un altro cane!”

Ed è così, sfidando anatemi, grasse risate e aperte derisioni di amici e parenti, che ho portato a casa un altro essere molto peloso.

Maschio, adulto e con tutta la sua storia alle spalle.

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Inutile dire che ho scelto di nuovo un altro cane da caccia, da tartufo per di più.

Io non vado a caccia, ci tengo a precisarlo, eppure i cani da caccia fanno parte del mio DNA, rappresentano per me l’archetipo del cane.

Quel correre agitato, annaspare continuo, quella ricerca ininterrotta, ecco mi sono così familiari e incarnano la mia idea astratta di cane.

Astratta però, perché nella realtà quotidiana avere intorno una furia canina tarantolata, incapace di stare ferma, calma, seduta per un solo istante è la via più breve per ottenere il punteggio necessario per raggiungere direttamente la casella Esaurimento Nervoso.

Ed è così che si è aperto un nuovo filone della mia vita, fatto di gustosi capitoli di situazioni disastrose.

Le ripetute corse notturne al pronto soccorso veterinario per le lavande gastriche, quando ero ancora ingenua e credevo di poter avere conto del materiale non commestibile ingerito dai miei cani.

O quella volta che sono finita dritta in una buca ricoperta dall’ erba, mentre lanciavo giuliva la pallina e ho trascorso il successivo mese immobile con una gamba rotta.

O quella volta che Giotto, un vero cane di pezza che cerca solo contatto fisico e amore, ha improvvisamente scoperto di essere un predatore e si è lanciato da un burrone di quindici metri per ricorrere una volpe.

Facendomi trascorrere le successive 4 ore in compagnia dei vigili del fuoco, guardia forestale e protezione civile. Ormai convinta di non trovarlo mai più e di certo non con le ossa e le viscere al loro posto.

In questi due anni con loro ho avuto momenti di sconforto, attimi di pura disperazione, ho pensato di non potercela fare con Frida, ipercinetica, ultrafobica e arciemotiva.

Sono ricorsa a sostanze naturali di ogni tipo, radici di valeriana, melissa, fiori di Bach. Per lei, ma anche e soprattutto per me.

“Ah vedi…”  sento commentare tra le righe  “ma chi gliel’ha fatto fare! Faccio bene io che un animale neanche a pensarci”

E’ vero, la mia vita è diventata ancora più faticosa e impegnativa. Più vincoli, doveri, un sacco di responsabilità.

Fai bene a non prendere un cane, soprattutto se non sei disposto a modificare la tua intera esistenza e credi che sia un animale da compagnia.

Perché un cane, e ora lo so, è in realtà un Daimon, la manifestazione fisica dell’anima di un individuo, sotto forma di animale che lo accompagna sempre.

Perché il cane non è realmente un animale, ma uno spirito guida. E’ l’incarnazione dei tuoi pregi e delle tue virtù.

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Scopro così, di essere io quell’ essere ipercinetico, a volte nevrotico o pupazzo di pezza.

E scopro che, esattamente come loro, quello che amo di più è stare all’aria aperta, inoltrarmi nei boschi, nel fitto e fiutare odori, riempirmi l’anima di sfumature di colori, fuggire dalla città e ricordarmi con tutti i miei sensi che sono un animale.

Meno peloso, ma poco differente da loro.

E se la mia vita è tanto più complicata è immensamente più bella con loro, che mi portano fuori, mi fanno uscire, mi mostrano sentieri e percorsi.

Mi regalano ore di vacanza ogni giorno, sottraendole allo stress dei doveri quotidiani.

Ecco, se non vuoi complicarti la vita nello scoprire quello che realmente sei e quello che nel profondo vuoi, non prendere un cane e mai un cane da caccia. Figuriamoci due.